Bohemian Rhapsody e i dentoni di Rami Malek

Rami Malek as Freddie Mercury

È un momento storico in cui, tra franchise, sequel, prequel, spin off, reboot, in molti accusano l’industria cinematografica di non produrre davvero delle idee nuove. O danno la colpa al pubblico, perché le idee nuove, pare, non vendono.

Who wants to live forever (i film biografici)

Il biopic, contrazione di biographic picture, film biografico, è quel genere di cinema che racconta, in maniera più o meno romanzata, la vita di qualcuno che è realmente esistito.
È un genere che ha sempre avuto un discreto successo, e negli ultimi mesi è tornato alla ribalta con Bohemian Rhapsody, sulla storia dei Queen e di Freddie Mercury, dalla nascita fino alla famosissima performance al Live Aid del 1985.

Parlando solo dei film biografici a tema musicale, nel 2019 uscirà quello su Elton John, poi sarà la volta di quello sulla storia tra John Lennon e Yoko Ono, e nel frattempo si vocifera che Dave Franco sarà il rapper Vanilla Ice (che paura).

Freddie Mercury

Mi chiedo allora se stiamo assistendo a una nuova stagione per i biopic, e se è solo un altro modo per attingere con facilità a del materiale già pronto, senza dover fare lo sforzo di trovare delle idee nuove.

Torno a Bohemian Rhapsody, e dico subito una cosa: nonostante i suoi (a volte grossi) difetti, a me ha emozionato moltissimo, soprattutto nella famosa ultima mezz’ora, in cui viene ricreata la performance dei Queen al Live Aid del 1985.

Ma mi sono appassionata anche a un’altra cosa, cioè le polemiche che prima, durante e dopo l’uscita del film, hanno continuato a pioverci sopra.
E siccome ho letto di tutto con una curiosità morbosa, tanto vale che ve ne parli, no?

It’s a hard life (un film sfortunato)

Di un progetto sui Queen si parlava già nel 2010, quando il candidato per la parte di Freddie Mercury era Sacha Baron Cohen, che ha poi abbandonato il progetto perché voleva presentare la storia del cantante in un modo molto meno edulcorato rispetto a quello voluto da Brian May e Roger Taylor.

Allora è comparso Rami Malek, noto soprattutto ai nerd delle serie tv per Mr. Robot.
Ma i problemi non sono finiti, infatti si è sollevato un vespaio anche contro il regista Bryan Singer.
Questi avrebbe combinato un po’ di casini sul set e così è stato licenziato a un passo dalla fine delle riprese, e, dulcis in fundo, subito dopo gli è arrivata anche un’accusa di violenza sessuale da parte di un attore, minorenne all’epoca dei fatti.

Nonostante questa genesi travagliata, Bohemian Rhapsody è andato benone.

Freddie Mercury

È notizia di pochi giorni fa, infatti, che è il biopic musicale che ha fatto più incassi della storia e, sulla scia di questo successo, la canzone che dà il titolo al film è schizzata nelle classifiche come il pezzo più ascoltato in streaming di sempre.

Infine, i Golden Globe del 7 gennaio lo hanno premiato come miglior film drammatico, e hanno incoronato anche il buon Rami Malek come miglior attore protagonista.

Queen

Ma allora cosa c’è che non va? Chiedete voi, ignari.
Ci arrivo.

Under pressure (le critiche)

Bohemian Rhapsody è un film che continua a essere molto criticato, sia per questioni di forma che di sostanza.

Da una parte c’è chi si è lamentato degli errori, diciamo così, storici, e delle soluzioni sbrigative usate per raccontare alcuni momenti fondamentali nella storia della band.

L’esempio più lampante? Se nella realtà Mercury scopre di essere sieropositivo solo nel 1987, e lo dirà alla band due anni dopo, nel film lo confessa praticamente il giorno prima del Live Aid. Questo per dare la scusa agli autori per parlare della malattia e per rendere (come se fosse necessario) ancora più spettacolare il racconto di quel momento.

Freddie Mercury al Live Aid

Un altro genere di critiche è stato fatto su scelte più formali, come le protesi troppo pronunciate alla dentatura di Malek, o la sua fisicità mingherlina rispetto a quella molto più imponente di Mercury.
Ah, poi ci sono anche quelli che chi se ne frega di ‘sto film, tanto i Queen facevano schifo.  Ma questa è un’altra storia.

Le inesattezze ci sono, e alcune sono piuttosto pesanti, anche se funzionali a condensare in due ore più di dieci anni di storia della band.

Di altre chi se ne frega.
Non penso che nessuno abbia creduto che John Deacon si sia inventato davvero il giro di basso di Another One Bites the Dust in cinque minuti, mentre gli altri bisticciavano dietro di lui. Ma è davvero così importante che non sia veritiero?

A kind of magic (perché andiamo al cinema)

Chi sceglie di girare un film biografico sulla vita di un personaggio famoso parte malissimo: deve fare un triplo carpiato per confrontarsi con un mito che non potrà mai essere eguagliato.

Freddie Mercury on stage
Prendendo in mano del materiale così delicato deve camminare con attenzione sul crinale tra il documentario e il libero adattamento, per cercare di rendere il più possibile omaggio al mito, ma per forza di cose lo filtrerà e lo distorcerà secondo la sua sensibilità.

E che cosa è meglio allora, tentare di fare un racconto accurato o concedersi la massima libertà artistica di reinterpretarlo?

Un film che va nella seconda direzione, esasperandola, è Io non sono qui di Todd Haynes, pellicola raffinata e cerebrale dedicata a Bob Dylan, che qui viene descritto per metafore.
È interpretato da sei attori, tra cui Cate Blanchett, che descrivono le diverse fasi della carriera del cantautore come se fossero degli archetipi, e in maniera anche piuttosto oscura.
La critica lo ha adorato, a me ha lasciata indifferente.

Invece, la finta esibizione del Live Aid dentro Bohemian Rhapsody mi ha fatto venire la pelle d’oca.
E il motivo è molto semplice e molto poco intellettuale: amo la musica dal vivo, amo i Queen, e per quella mezz’ora mi sono immaginata in mezzo alla folla di Wembley.

Con buona pace dei dentoni finti di Malek e di tutte le registrazioni che ho visto, mangiandomi le mani, delle stupende, commoventi, divertentissime, performance di Freddie Mercury.

freddie-mercury

Per tirare le somme, un film ci piace e ci emoziona quando parla di sentimenti che ci risuonano nella cassa toracica come qualcosa di intimo, e riconosciamo come nostri anche se non abbiamo vissuto in prima persona quello che ci stanno raccontando. Quindi, in questo senso, su di me Bohemian Rhapsody ha funzionato.

E tutto sommato, per noi orfani di tanti grandi nomi della musica, può bastare anche un’interpretazione un po’ difettosa, tanto lo sappiamo benissimo da noi che l’originale non ce lo ridarà indietro nessuno.

Freddie Mercury