Amare Daredevil per svariati motivi

Daredevil Stagione 3

Mi sembra arrivato il momento di parlare di Daredevil, una serie che ho adorato dal primo fotogramma, il risultato di una collaborazione Marvel-Netflix che da subito mi aveva fatto tremare le vene ai polsi.

Lo ammetto, dalla fine della seconda stagione non ho visto quello che dal 2016 a oggi fa parte dello stesso filone narrativo (cioè Jessica Jones, Luke Cage, Iron Fist e la conseguente ammucchiata dei Defenders).

Nonostante queste mancanze, la storia del Diavolo di Hell’s Kitchen funziona lo stesso e l’ho amata anche in questa terza stagione per almeno quattro motivi: il suo protagonista, i cattivi, le atmosfere e i conflitti interiori che smuovono le viscere dei personaggi.

Attenzione: spoiler sulla terza stagione.

L’eroe

La mia passione sempiterna per l’universo Marvel, anche nelle sue forme più chiassose, non è un mistero, e non lo è nemmeno la mia fedeltà ai suoi supereroi, tranne per il breve e intenso tradimento con il Batman di Nolan.

Ma i personaggi che apprezzo di più in questo mondo di machi sono quelli che nascono da un trauma, e lo devono affrontare ogni giorno: quindi a Thor preferisco Doctor Strange, a Captain America Hulk, e per lo stesso motivo ho amato subito l’avvocato Matt Murdock e il suo vigilante Daredevil.

C’è un aspetto di base che lo rende più carnale, umano e meno scintillante dei suoi colleghi, ed è il fatto che è un eroe con una pesante disabilità: la cecità.

È vero che nell’incidente che da bambino gli ha fatto perdere la vista ha anche sviluppato dei super sensi, ma alla resa dei conti è solo un pugile che si prende un sacco di mazzate, che te le senti addosso come se le avessi prese tu, e finisce quasi sempre a terra, sanguinante e di volta in volta più debole.

Uno che, per dirla come Serialminds, per raggiungere i nemici deve inseguirli per le scale. Niente varchi spazio-temporali, niente martelli magici, niente voli aggrappati a ragnatele: no, una corsa su per le scale.

Daredevil
In questa stagione il suo personaggio diventa più oscuro, più insicuro e incazzato di prima.
La corruzione che scorre in ogni vena della sua amata Hell’s Kitchen lo fa dubitare nella bontà e resistenza del “sistema”, e lo fa quasi arrivare a compiere i gesti più estremi. Più volte saranno i suoi amici a doverlo tirare per i capelli per dissuaderlo.

I villain

Credo che pochi di voi non conoscano la recluta Palla di Lardo di Full Metal Jacket.

Ecco, l’attore che lo ha reso indimenticabile, Vincent D’Onofrio, qui presta la stessa rabbia e la stessa gigantesca mole a Wilson Fisk, un cattivo così perfetto che gli sembra cucito addosso, quasi il naturale proseguo del personaggio del film di Kubrick.

Fisk è uno che fa davvero paura, uno che, senza mai sporcarsi le mani, controlla una rete criminale che mette in ginocchio una città intera, così capillare che non sai dove inizia né dove finirà.

Uno con un potere tale che, se succede qualcosa che non gli va a genio, sei sicuro che l’attimo dopo ti arriverà qualcuno a casa per massacrare te e la tua famiglia.

Insieme a lui c’è un altro pezzo da novanta, Poindexter, l’agente dell’FBI che viene manipolato psicologicamente proprio da Fisk per diventare il “doppio” cattivo di Daredevil (il futuro Bullseye), fondamentale per alimentare i conflitti interiori di Murdock.

Poindexter

Anche se io resto comunque orfana di The Punisher e nessuno prenderà mai il suo posto nel mio corazon.

I conflitti interiori

Altro motivo per cui la serie funziona sono i “problemi familiari” dei protagonisti che qui esplodono come cariche disseminate ovunque.

Da Matt che scopre chi è la sua vera madre, e ne esce ancora più devastato, senza più fiducia nell’umanità e dilaniato da quella ferita dell’abbandono che ha compromesso tutta la sua vita.

Poi ci sono i conflitti di Karen, a cui è dedicata un’intera puntata in cui scopriamo che in giovinezza era entrata nel tunnel della troca e in cui vediamo il terribile incidente in cui muore il fratello. Tutto complicato dal fatto che finalmente confessa un po’ a tutti il fatto che è stata lei ad ammazzare James Wesley, consigliere e amico di Fisk.

Se non bastassero questi, aggiungiamo anche i problemi del nuovo personaggio buono del gruppo, l’agente Nadeem, il cui unico pensiero è proteggere la moglie e il figlio, e di cui, con il cuore spezzato, assistiamo alla resa e all’inevitabile caduta.

Poi ci sono quelli di Fisk, di cui sapevamo già che da bambino aveva preso a martellate il padre, e che qui vacilla davvero solo quando entra in gioco la sua amata Vanessa, l’unica capace di mandarlo in crisi.

Per non parlare di quelli di Poindexter, la sua psicosi, il vizio dello stalking, le voci nella testa che da frasi precise diventano sempre più confuse, fino a trasformarsi in un assordante sciame di mosche.

Agente Poindexter in Daredevil

Insomma, un casino: non si salva nessuno, tutti hanno un passato da scontare che scatena dei conflitti a spirale che sembrano non risolversi mai.

Hell’s Kitchen

In maniera ancora più marcata che nelle altre due stagioni, qui Hell’s Kitchen ti soffoca, ti annega nel suo buio e nella sua cupezza. Questa non è una vera e propria serie sui supereroi, è un noir, un poliziesco, in certi momenti quasi un horror.

Alcuni tra i lunghi e violenti combattimenti di questa stagione ricordano paurosamente certe immagini che vediamo degli attentati terroristici. In un paradosso macabro, sembrano più reali le scene di Daredevil che quelle dei notiziari.
Due esempi su tutti, il massacro alla sede del The New York Bulletin e il combattimento in Chiesa.

Ma il mio applauso finale va al combattimento nel lunghissimo piano sequenza (undici minuti senza uno stacco di camera, neanche “nascosto”) della quarta puntata.
Qui Matt si è riuscito a intrufolare in prigione, ma, drogato dall’ennesimo complice di Fisk, riesce a uscirne con fatica e nessuna lucidità, passando tra decine di risse tra i detenuti e le guardie.
La scena è una lunga coreografia su fondo rosso in stile “combattimento nei corridoi” che avevamo già visto in questa serie, e che da sola vale tutta la stagione.

Daredevil combattimento in piano sequenza


Vabbè, dai, ci sarebbe anche un quinto motivo.

 

Nota a margine:
Dopo averne fatto un pesante binge watching, ho passato la nottata a scansare un sogno angosciante dopo l’altro.

Voi direte, bello schifo, io dico invece che, se è riuscita a turbarmi così tanto, per me è la prova del nove che è una serie tv molto potente.

 

 

 

Questo post è per F.: l’amore per Daredevil nasce tutto da lì.