True crime appassionanti: la storia di Unabomber

Paul Bettany in Manhunt: Unabomber

Manuhunt: Unabomber è una serie in otto puntate di Discovery Channel disponibile su Netflix.
Non avrei mai pensato che questa serie mi sarebbe piaciuta, ma la storia di Unabomber mi ha appassionata, è stato quasi un caso di studio.

C’è dalla mia che amo le serie tv crime, anzi i true crime, quelli tratti da storie vere (vedi alla voce O.J. Simpson).
La cosa che mi diverte è confrontare quello che è raccontato dalla serie con le vicende reali, e il più delle volte mi stupisco di come la realtà abbia molta più fantasia della fantasia stessa (o dei nostri incubi).

E poi mi interessa l’aspetto pop di questi processi, il modo in cui sono entrati nelle case delle persone e come hanno influenzato la cultura di massa anche in zone che non ci aspetteremmo.
La storia di Unabomber, in questo senso, è emblematica.

Paul Bettany e

In molti definiscono Manhunt la sorella minore di Mindhunter, una delle migliori serie uscite lo scorso anno (e che comunque vi consiglio di vedere).
Non hanno solo due titoli che risuonano in maniera simile, hanno in comune anche la dinamica di indagine descritta: in entrambi i casi ci sono degli agenti dell’FBI che in corso d’opera si inventano da zero un nuovo metodo di profilazione dei criminali.

In Mindhunter, ambientata negli Anni Settanta, vediamo emergere dal tessuto sociale e delinearsi in maniera sempre più precisa una nuova categoria criminale, quella dei serial killer, che viene inventata proprio dal team protagonista della serie.
La narrazione è potentissima anche se non c’è un vero e proprio crimine da indagare, ma solo una procedura che viene raffinata puntata dopo puntata.
Se volete sapere qualcosa di più su questa serie, vi vengono in aiuto i soliti guru di Serialminds.

Manhunt: Unabomber racconta invece del percorso che ha portato l’FBI ad arrestare il bombarolo Theodore Kaczynski. Unabomber terrorizzò gli Stati Uniti tra il 1978 e il 1996, inviando per posta bombe rudimentali, soprattutto alle Università, che uccisero in totale tre persone e ne ferirono 23.

La prima fu recapitata alla Northwestern University nel ’78, la seconda fu trovata (non esplosa) nella stiva di un Boeing 727 che da Chicago era in partenza per Washington. Da lì il nome creato per il terrorista: UN- University e A- airport.

La storia è appassionante per almeno tre motivi.

Manhunt: Unabomber

1. Il gruppo di agenti che ha indagato per risolvere uno dei casi più costosi della storia degli Stati Uniti ha di fatto inventato la linguistica forense.
Leggendo le lettere (e il Manifesto, che vi spiego tra un po’) di Kaczynski, gli agenti coinvolti sono riusciti a identificare dei pattern, delle abitudini di scrittura, dei termini frequenti che hanno permesso ai Profiler di identificarne l’età, il quoziente intellettivo, persino l’Università in cui si era laureato. Figata, punto,

Manhunt: Unabomber
2. La storia personale di Kaczynski è un perfetto manuale di come nasce un terrorista.
Dal 1971 fino al suo arresto, ha vissuto in una capanna sperduta nei boschi del Montana, senza acqua corrente, elettricità o riscaldamento, per vivere esattamente nel suo ideale di società.

Ma il terrorista non è solo un pazzo che ha vissuto recluso e recuperava scarti dalla spazzatura per mettere insieme delle bombe, è anche un uomo con un’intelligenza molto superiore alla media: per dirne una, è stato immatricolato a Harvard a soli 16 anni.

Lì è stato sottoposto allo “studio” del professor Henry Murray, psicologo che faceva parte del progetto MKULTRA della CIA per il controllo della mente. Già.
Illegale e clandestino, in piena Guerra fredda l’MKULTRA coinvolse università, ospedali, prigioni, ricercatori privati.
Murray assodava i suoi studenti, che lo adoravano, come cavie umane sui cui sperimentava combinazioni di droghe e tecniche di tortura psicologica e fisica dette brainwashing.
Lo scopo degli psicologi era quello di portare le cavie a fare quello che volevano, e programmarle per portare a compimento un’unica missione (ad esempio un omicidio). Sembra fantascienza ma è tutto vero, il caso è anche arrivato negli Anni settanta al Senato.

Di sicuro queste sedute incrinarono la personalità già fragile di Ted: i flashback sulla sua infanzia ci raccontano come già da bambino avesse tendenze distruttive.

manifesto_unabomber

3. Il Manifesto di Unabomber: La Società Industriale e il suo futuro, detto anche La Pillola Rossa (vi dice niente? Sì, vi dice giusto, adesso vi spiego).
Nel 1995 Kaczynski invia delle lettere di richiesta a diversi quotidiani, tra cui The New York Times, The Washington Post e pure Penthouse: se pubblicheranno il suo Manifesto, in cambio smetterà di mandare bombe.
Il Manifesto verrà pubblicato e sarà la vera svolta delle indagini. Non vi dico come, ma è grazie a questo che Ted verrà riconosciuto.

Il complicatissimo documento è un’accorata critica a come le tecnologie abbiano ridotto l’umanità in schiavitù (e lì si parlava di automobili, gli iPhone sarebbero arrivati dieci anni dopo) e un’apologia luddista a favore di un ritorno a una civiltà pre industriale. Kaczynski sperava che, grazie alla pubblicazione del Manifesto, le masse si sarebbero sollevate e avrebbero dato inizio a una rivoluzione.
Se vi risuona qualcosa, è perché lo ritrovate paro paro nelle parole di Tyler Durden in Fight Club e dentro tutta la mitologia di Matrix. Esatto, i vostri film preferiti dell’adolescenza non sarebbero mai esistiti senza Unabomber.
Volete approfondire? Leggete qua: Unabomber: che cosa resta oggi di Ted Kaczynski.

Extra: Paul Bettany è il volto scarno e convincente di Ted Kaczynski ed ed è l’unico che brilla davvero in questa serie tv. La sua controparte buona è l’agente Fitz, il talentoso Profiler che, mettendosi contro tutti, arriverà a delineare il profilo del criminale, a costo di perdere lui stesso la sanità mentale. È interpretato da Sam Worthington, che per me è un po’ fiappo e monocorde.

Ma, per contrasto, la caduta di Fitz riesce quasi a instillarci il dubbio che, nell’insensatezza dello strumento che Kaczynski usa per comunicare il suo messaggio, è forse l’unico che ha un vero progetto e un ideale, mentre tutti gli altri intorno a lui si affannano per trovare un senso alle loro vite.

Insomma, se anche voi siete fissati con i tratto da una storia (criminale) vera, che vi mandino anche un po’ in crisi, non vi potete proprio perdere Manhunt: Unabomber.