Scrivere di libri: una chiacchierata con Giulia

Book blogger di Giulia Ciarapica

Durante una giornata di formazione lo scorso gennaio, mi sono imbattuta nel banchetto di  Franco Casati editore, dove erano esposti diversi volumi dei relatori della giornata, e in mezzo, un librino sul quale ho allungato subito le mani: Book blogger – Scrivere di libri in Rete: come, dove, perché.

L’autrice è Giulia Ciarapica, una blogger e redattrice culturale che collabora con diverse testate giornalistiche e si occupa di libri e promozione culturale nelle scuole.

Book blogger racconta il percorso del critico letterario 2.0 secondo la sua esperienza, a partire dai testi fondamentali da avere nella propria libreria, all scelta dei libri da recensire, alle fasi della recensione.

Ho avuto il piacere di farle qualche domanda sul suo lavoro e su questo libro.
Ecco che cosa mi ha raccontato.

Com’è nata l’idea di Book blogger e qual è stata la sua genesi?

L’idea di scrivere “Book blogger” è nata quando ho fatto mente locale e ho capito che, almeno fino a quel momento e per quel che ne sapevo io, non c’erano delle guide, o comunque dei manualetti, da cui prendere spunto per capire chi è effettivamente il book blogger, che cosa fa e soprattutto come lo fa.
Mi preme sottolineare una cosa: si tratta di un librino agile e che spero possa essere utile a coloro che lo leggeranno, ma non ha assolutamente la pretesa di fornire regole o punti di vista definitivi. Ho cercato di spiegare come lavoro io, ho proposto dei confronti con le recensioni di altri blogger e giornalisti culturali, insomma, ho provato ad osservare il lavoro del book blogger dall’alto, descrivendone – attraverso i vari esempi – meccanismi e modalità, dalla scelta del libro da recensire, alle fasi di scrittura e revisione, fino alla condivisione del post sul blog e sui social.

Qual è stato il tuo percorso e quando hai capito che volevi fare dei libri il tuo lavoro?

In realtà l’ho sempre saputo (sono stata una studentessa coerente, mai avuta un’esitazione: ho sempre voluto avere a che fare con le lettere!), ma l’ho capito in modo definitivo tre anni fa, quando ho aperto il blog.
Bisogna però dire che il blog, al momento della sua nascita, per me era solo uno spazio in cui dare sfogo ad una passione, non ho mai pensato “io da grande farò questo”. Non era nulla di sicuro, anzi.
Mi ero appena laureata e avrei dovuto provare a fare il concorso per l’abilitazione all’insegnamento. È bastato un solo mese di lettura e scrittura per capire che la strada era quella giusta.
Ho iniziato recensendo i testi di Paolo Di Paolo, autore che stimo e a cui sono molto legata. Da lì, è stato un crescendo: i primi articoli pubblicati sul magazine Sololibri, poi la collaborazione con il giornale online Ghigliottina.it, e due anni dopo la prima collaborazione con un quotidiano nazionale.

Il primo capitolo, “Sullo scaffale e sulla scrivania”, inizia così:
Di improvvisazione non si muore, ma quando si tratta di libri (…) e soprattutto quando dobbiamo consigliare dei testi analizzandoli in modo critico, è sempre bene affidarsi al proprio bagaglio culturale (…)”, sottolineando l’importanza della formazione.
Credo che questa sia una delle cose più importanti che dici nel tuo libro: per scrivere di libri bisogna prima averne letti molti. Ultimamente, soprattutto sui social network, tutti si sentono in dovere di esprimere un’opinione su tutto, spesso senza aver approfondito l’argomento di cui stanno parlando o, peggio ancora, senza averne alcuna conoscenza. Che ne pensi?

Penso che, in questo caso, potrebbe tornarci utile la celebre frase del compianto Umberto Eco: “I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività”. Ecco, io preciserei che i social danno diritto di parola anche a legioni di imbecilli.
Ironia a parte, poco tempo fa scrissi un pensiero molto simile al concetto contenuto nella tua domanda: dobbiamo per forza avere un’opinione su tutto? Dobbiamo necessariamente diventare dei tuttologi pur ignorando più della metà dei numerosi argomenti che il web, gli altri utenti, il mondo che ci circonda, ci propongono?
Credo che intraprendere un percorso come quello del book blogger – che, diciamolo, in fondo dovrebbe essere una sorta di “evoluzione” della figura del giornalista classico – comporti necessariamente una preparazione di base (c’è, in fondo, un campo d’azione professionale in cui non occorre un minimo di preparazione?).
Il book blogger non è un “semplice” lettore, ma dovrebbe essere una sorta di critico 2.0, e per fare critica letteraria, per recensire libri, per consigliarli (oh, non scherziamo, i libri e le parole sono una cosa serissima per la vita dell’uomo) occorre sapere, conoscere, aver fatto confronti, aver cercato risposte a domande impossibili. Insomma, bisogna aver studiato – nel senso più ampio e onnicomprensivo del termine.

Quali sono i consigli fondamentali che daresti a chi vorrebbe scrivere di libri?

Tre consigli principali: essere sinceri, sempre; studiare, continuamente; essere allegri, perché i libri sono anche divertimento, ironia, gioia e puro godimento.
Mettete la vostra personalità in ogni libro che leggete, e assorbite il pensiero del testo rielaborandolo in modo critico: abbiate uno scambio equo con la materia che trattate, concedetevi e prendete.

Gli ultimi capitoli di Book blogger sono dedicati ai social network: quali sono i trucchi per parlare di libri quando hai uno spazio e un’attenzione da parte degli utenti molto limitati?

Bisogna essere costanti, non arriva tutto subito, ci vuole tempo.
Occorre imparare a sfruttare al massimo i social network (qualche indicazione, per l’appunto, nel libro c’è), fare attenzione agli orari di pubblicazione, al linguaggio che scegliamo di usare. Cerchiamo di essere attenti e impariamo ad ascoltare le richieste dei nostri lettori, facciamo sentire loro la nostra vicinanza, in qualche modo.
Il tempo è galantuomo, alla fine i conti torneranno.

Nel tuo blog hai anche una rubrica sui libri sconsigliati: non è difficile resistere alla tentazione di buttarli dalla finestra, invece di finirli, e poi addirittura recensirli?

Ahahaha! Mi piace questo approccio un po’ aggressive! Beh, io odio lasciare i libri a metà, lo confesso, mi provoca un fastidio fisico.
Eppure qualche volta è scappato anche a me, di non terminare una lettura. Ma è generalmente giusto andare fino in fondo, tentare di capire perché quel libro proprio non ci è piaciuto e, quando lo recensiamo, spiegare accuratamente tutti i motivi che ci hanno indotto a dire un secco e tonante: NO.

Detta tra noi, ma i blog non erano morti?

Eh, quante ne sai tu! I blog sono come l’araba fenice, risorgono dalle loro ceneri, tzè.

Qual è l’ultimo che hai libro che hai letto e che consiglieresti?

L’ultimo libro letto e da poco recensito è un saggio di Salvatore La Porta, “Less is more” (Il Saggiatore), un testo di grandissima attualità.

Il sottotitolo recita “Sull’arte di non avere niente”, e quale momento migliore, se non quello attuale contraddistinto dalla rincorsa all’opulenza e dall’ostentazione della ricchezza a tutti i costi, per leggere un libro che cerca di riequilibrare lo stato attuale dell’uomo contemporaneo? Forse la felicità non costa poi così tanto; forse, addirittura, con “meno” si vive meglio che con “più”.

E per concludere, quali sono i tuoi cinque libri da avere nella proverbiale isola deserta?

Sicuramente “L’isola di Arturo” di Elsa Morante (il mio preferito), “Stoner” di John Williams, “Un amore” di Dino Buzzati”, “I sessanta racconti” sempre di Buzzati e “L’arte della gioia” di Goliarda Sapienza.

 

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