Le stagioni dell’amore

Call me by your name

Ieri Al contrario ha compiuto un anno (signora mia, come crescono in fretta!).
Questo blog è stato prima un esperimento, poi un impegno, adesso è una palestra in cui mi alleno a scrivere e un luogo di chiacchiere con chi ha voglia di leggermi.

L’ho inaugurato con un post su uno dei film che mi erano piaciuti di più lo scorso anno, Logan, e anche oggi voglio parlare di cinema.

Questo è uno di quei periodi in cui nelle sale italiane esce di tutto a ritmi serratissimi, e se non ti imponi un calendario rigido rischi di perderne molti.

Questa volta mi sono impuntata, e ho visto quasi tutti i candidati agli Oscar. Dopo Scappa – Get Out, che aveva fatto parte del mio weekend horror, ne ho macinati uno alla settimana e sono riuscita a lasciarmene indietro solo un paio.

Ho una classifica personale dei miei tre preferiti, che sono, nell’ordine, Call me by your name (Chiamami con il tuo nome) di Luca Guadagnino, Phantom thread (Il filo nascosto) di Paul Thomas Anderson e The Shape of water (La forma dell’acqua), di Guillermo del Toro, vincitore dell’Oscar come miglior film.

Oltre a scenografie, musiche, costumi, immaginari e atmosfere, che mi hanno rapita in tutti e tre i film, li ho trovati una somma perfetta di tre momenti dell’amore che, chi più chi meno, abbiamo vissuto un po’ tutti almeno una volta nella vita.

Chiamami col tuo nome
C’è l’esplosione dell’amore adolescenziale che invade tutto, ti dilania e ti lascia perennemente assetato. È quel desiderio di fondersi fisicamente e spiritualmente con l’altro, che puoi vivere in quel modo solo a diciassette anni (Call me by your name).

la_forma_dellacqua
C’è poi l’amore contrastato, non compreso, diffidente all’inizio, che si dischiude giorno dopo giorno. Quello verso una persona così diversa da te che non ti aspetteresti mai di amare. Ma è anche l’amore eroico, che passa sopra qualsiasi cosa, che fa di tutto per salvarsi (The Shape of water).


Il filo nascosto
E, infine, c’è l’amore malato, la dipendenza, la sottomissione, quello tra una vittima e un carnefice che all’improvviso si scoprono intercambiabili. Quel rapporto che, se lo vedi dall’esterno, ci vuole un secondo per smascherarlo, ma all’interno, che tu capisca o meno quello che ti sta succedendo, credi sia la cosa migliore che ti possa capitare. È violento, tagliente, psicologicamente sottile. No so nemmeno se definirlo amore o solo autodistruzione (Phantom thread).

Nonostante siano tutte e tre delle storie fantastiche, ci si può facilmente immedesimare in quei sentimenti, in quelle ossessioni, in quei turbamenti.

Dall’adolescenza, purtroppo e per fortuna, se ne esce quasi tutti praticamente indenni.
Il film di Guadagnino è sospeso in una bolla irreale, in cui nessuno si pone domande o si fa problemi, ma ci ha ricordato una cosa fondamentale: siamo stati tutti Elio.

L’amore di The Shape of water è un prezioso miracolo, se arriva a illuminare una vita, in quello di Phantom thread, invece, preghi solo di non cascarci mai dentro. O di uscirne vivo.