Una vita sotto il palco.

Quest’anno mi sono tolta due grandi soddisfazioni musicali: prima il mio cuore ha palpitato per Ennio Morricone all’Arena di Verona, e qualche giorno fa ho soddisfatto la me adolescente con i Jamiroquai al Forum di Assago.

Dal concerto dell’altra sera ho avuto tanto di quello che mi aspettavo, ma anche qualcosa di più e qualcosa di meno. Ho avuto la serata di funky grintosissimo che mi aspettavo (praticamente come ascoltare il loro Greatest Hits), ho rivisto un pochino il ballerino dalle mosse inconfondibili, anche se bloccato e appesantito dall’età e dalle sfighe di salute che ha avuto negli ultimi mesi.
Ho amato il nuovo cappello-istrice luminoso (quello della copertina di Automation), la versione elettronica e moderna dei suoi inconfondibili copricapi di piume e cappelli vari con cui si è sempre coperto la testa.

Insomma, sono andata a dormire felice.

Ho conosciuto Jason Kay e i suoi quando ancora ero alle scuole medie, visti per la prima volta forse nel video di Deeper Underground, colonna sonora di Godzilla, che per gli anni Novanta era una cosa pazzesca e innovativa. Forse non ai livelli di Virtual Insanity, ma era questa roba qua e io all’epoca lo adoravo.

È passato qualche anno. Lui adesso ha una bambina, una discreta panza e forse ha davvero smesso di fare la rockstar viziosa. Io decisamente non vado più a scuola da un po’.

Il fatto che segua i Jamiroquai da quando ero così piccola, mi ha fatto venire voglia di misurare la mia vita in concerti, e ho provato a risalire al primo in assoluto.

Diciamo che ho iniziato presto e non ho mai smesso.
La musica che ho scelto di ascoltare dal vivo è cambiata insieme a me e alcuni live hanno segnato delle tappe importanti della mia vita.

9 luglio 1999, Viareggio: la data zero della mia vita di musica dal vivo. Per una ragazzina di 13 anni alla fine degli Anni Novanta quale poteva essere il battesimo?
Naturalmente, il tour dei Backstreet Boys. E come ogni fan che si rispetti, ho anche fatto l’appostamento sotto il loro hotel.
Sì, si sono anche affacciati dal balcone. No, non sono svenuta.

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Poi, i Lùnapop a Treviso nel 2000, con un Cesare Cremonini diciottenne (e quindi per me un vero adulto) al piano, i capelli fucsia e le bolle di sapone sparate su “Vorrei”.

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Da adolescente ho visto un sacco di volte i Subsonica, poi sono passata a Carmen Consoli, Cristina Donà e Caparezza, che ha fatto da colonna sonora ai primi anni dell’università.

Ma i live più importanti della mia vita adulta sono stati senza dubbio quelli di Paul McCartney, a Bologna e all’Arena di Verona nel 2011 e nel 2013. Non so neanche trovare le parole per descrivervi l’emozione. Lì sì, che il mio essere beatlemaniaca ha raggiunto il suo massimo.

Poi la grande scoperta di Jamie Lidell, uno che fino a un minuto prima di vederlo sul palco non avevo idea di chi fosse e che da quella sera del 2010 è diventato uno dei miei artisti di riferimento.

Un altro live da brividi è stato quello di John Grant, nel 2011, con la sua voce piena e commovente e una location incredibile.
Ero alla chiesa di Sant’Ambrogio, a Villanova di Castenaso, in provincia di Bologna. Il parroco del paese aveva contribuito a organizzare un mini festival, che mi ha permesso di conoscere un artista gigantesco.

Se poi devo decidere quale sia stato uno dei concerti più strani a cui ho assistito, direi quello di Soap&Skin, a Ferrara, nel 2012.
Era l’estate del terremoto in Emilia, e per questioni di sicurezza avevano spostato i live da Piazza Castello a Parco Massari. Lei matta completa, l’atmosfera onirica e surreale.

E poi quest’estate, Mac DeMarco, il mio primo concerto da sola.

Insomma, da quella sera di luglio del 1999 a Jamiroquai ne ho ascoltata, di musica dal vivo, ma dentro di me resto sempre la stessa ragazzina di 13 anni che continuerebbe a mettersi davanti all’hotel ad aspettare il musicista di turno. Per fortuna con un po’ di pudore in più.