Perché Ozark non è Breaking Bad

In un’intervista di Rolling Stone hanno chiesto a Jason Bateman, che è regista e protagonista della serie tv Ozark (su Netflix) quanto il suo Marty Byrd sia debitore del Walter White di Bryan Cranston.

Personalmente non ho mai pensato davvero che questa serie potesse diventare la nuova Breaking Bad, ma è stato inevitabile fare un minimo di confronto, visto il punto di partenza molto simile.

La storia, in breve, è quella di una famiglia di Chicago che si trova costretta a rovinare sulle coste del lago Ozark, nel Missouri (una riserva naturale di 36mila km quadrati, un luogo stupendo e adattissimo ad ambientare un thriller) a causa dell’attività di Marty, commercialista che si occupa di riciclare denaro per un cartello messicano.

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Il problema di questa serie è proprio il suo protagonista. Adoro Bateman dai tempi di Arrested Development, lo trovo un attore elegante e sofisticato, e allo stesso tempo molto comico.

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Ma come contabile corrotto no, non ce la può proprio fare.
Non riesce a scrollarsi di dosso quell’aria da adorabile padre di famiglia in cardigan nemmeno quando assiste agli omicidi più efferati o quando si rende conto di aver messo la famiglia in totale pericolo.
Neanche nei momenti in cui il suo protagonista è costretto a prendere delle decisioni difficili o a inventarsi delle bugie disoneste da far schifo riesce a usare la freddezza necessaria, ma solo una gran compostezza.

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Bryan Cranston ha avuto la capacità di farci abituare, di stagione in stagione, al cambiamento graduale dallo sfigatissimo professore di chimica allo spietato Heinsenberg, e gli abbiamo creduto in ogni singolo istante.
Bateman, invece, rimane sempre un contabile e non diventa mai un vero delinquente.

 
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La puntata in cui è più convincente (esclusa l’escalation delle ultime due, le più riuscite della stagione, in cui ci sono i veri colpi di scena della serie) è l’ottava, Caleidoscopio, in cui, alternando alla storia i flashback del passato dei protagonisti, capiamo meglio come siamo arrivati sulle sponde dell’Ozark. Ma a quel punto è diventata un’altra serie, non è più un thriller ma un dramma familiare.
Che è poi quello che Bateman sa fare.

La stessa Laura Linney, che qui interpreta la moglie di Marty, non mi ha convinta molto. Sembra incerta sul da farsi ed è come se la sua recitazione resti sempre ferma sulla porta, come se non avesse il coraggio di calcare la mano e di far esplodere il suo personaggio come ci si aspetterebbe.

Ma, ancora una volta, ho come la sensazione che sia colpa di Bateman e della sua regia posata e delicata che non si spinge mai oltre (nonostante alcune scene che sarebbero sì degne di Breaking Bad).

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Bella invece la sotto trama del vecchio e insopportabile Buddy, che affitta alla famiglia in fuga parte della sua casa con l’unica clausola di poterci rimanere dentro (è un malato terminale e ha un’aspettativa di vita molto breve).
Altro personaggio riuscito è Jonah, il figlio minore della coppia, incompreso nei suoi gesti e nel modo in cui reagisce alla tragedia familiare, forse il più maturo di tutti e forse allo stesso tempo portatore di un segreto che ci viene solo accennato e chissà se ci verrà svelato nella prossima stagione.

La colonna sonora, poi, è molto bella e sorregge bene i momenti di tensione anche quando i protagonisti traballano.

 

Insomma, posso dire che Ozark è una serie che sulla carta sarebbe molto interessante, i personaggi sono davvero ben scritti e le loro storie non sono banali né scontate. Manca però qualcosa, e credo che quel qualcosa sia un regista un po’ meno buono di Jason Bateman.