Quando so che posso consigliare una serie

Mi entusiasmo facilmente e facilmente consiglio film o serie tv a chi mi chiede un parere (ma anche a chi non lo chiede). Credo sia dovuto in parte al fatto che, dopo anni di pratica e svariati buchi nell’acqua, ho imparato a selezionare, cercando di capire preventivamente quando un film è brutto.

Per esempio, analizzando i trailer che spesso anticipano già se sarà una cazzata ben confezionata o se varrà la pena di vederlo, oppure affidandomi alle recensioni dei mie portali di riferimento (Serialminds, ad esempio, è la mia bibbia per le serie tv).

Ormai ci sono registi e attori che conosco abbastanza per essere sicura che il loro lavoro mi piacerà, oppure non li sopporto a tal punto da non avere più voglia di vederne neanche uno spot di trenta secondi.

E poi, lo ammetto, ho anche dei personali influencer (anche se loro non lo sanno), persone che conosco e di cui mi fido, nel momento in cui si schierano a favore di una serie tv o di un film.

L’ultima volta è successo con Sense8.

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Appena ne ho letto un commento di amore totale e incondizionato, l’ho aggiunto immediatamente alla mia lista di cose da vedere su Netflix. E finita la prima puntata, in un attimo mi sono ritrovata ad essermi bevuta entrambe le stagioni.

Mi sono domandata più volte perché questa serie mi abbia così tanto emozionato e abbia scalzato dal podio delle mie preferite altre che pensavo di non rinnegare mai.

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Sense8 ha parecchi difetti, alcuni anche molto evidenti. Alcune storie non reggono come le altre e, soprattutto nella seconda stagione, la trama diventa sempre più complicata e compaiono dei personaggi nuovi che scompaiono poco dopo senza una reale necessità.

Non c’è dubbio che non fosse stata pensata per terminare con la seconda stagione (ma ormai molte serie iniziano ma non si sa se e quando finiranno), ma questo non giustifica alcune cose che oggettivamente non funzionano.

La serie, attentissima a costruire dei perfetti dialoghi “doppi” tra i suoi protagonisti da una parte e dall’altra del mondo, pecca in alcuni punti strutturali, che dovrebbero sorreggere in maniera realistica la trama e permetterle di volare alto appoggiandosi su basi solide.

Due licenze poetiche a mio parere un po’ troppo spinte, anche se funzionali alla storia?
La capacità di Will di auto disintossicarsi dopo un anno passato a farsi di eroina, senza nessuna ricaduta o crisi di astinenza, e il ricovero coatto di Nomi, tenuta legata a letto con una guardia fuori dalla stanza dell’ospedale, come se fosse internata in un ospedale psichiatrico, pur essendo perfettamente in grado di intendere e di volere.

Ma la realtà è che Sense8, seppure con qualche difetto di trama e più di un attore non proprio da premio Oscar, è stata capace di commuovermi ed emozionare come poche altre serie.

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La cosa che colpisce di più sono le scene in cui gli otto protagonisti si aiutano nei momenti di pericolo comparendo all’improvviso e sovrapponendosi tra di loro: da brividi.

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Ma, andando più sotto la superficie, questa serie è un racconto toccante sull’amore e la compassione, sull’empatia, la libertà affettiva e sessuale di amare chi cavolo ci pare e nei modi che vogliamo (perché l’amore non può vivere in categorie predefinite e standard, altrimenti non sarebbe amore ) e su come le differenze siano in realtà solamente nella nostra testa.

E ci racconta tutta la poesia che sta nei piccoli gesti, ma anche (e soprattutto, in questo caso) in quelli più eclatanti.

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Insomma, Sense8 è sì una serie di fantascienza, avvincente nelle sue scene di azione, esagerata e carnevalesca in alcuni momenti, ma è anche delicata e commovente.
La fantascienza che fa da contorno qui è solo una scusa, una cornice utilizzata per parlare di essere (ed esseri) umani.

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E questo lo fa toccando le tematiche dei diritti delle donne, degli omosessuali, dei transessuali, ma anche conflitti politici che pesano sulle spalle dei più poveri, corruzione, differenze religiose e culturali.

Tutte differenze che, alla fine, si trovano a parlare la stessa lingua, che permette la comprensione e l’unione di tutte queste anime, e che ci fa tornare la speranza in un’umanità che, forse, può ancora imparare la compassione.