Il mio rapporto con l’arte contemporanea

Il mio amore per Venezia è nato relativamente tardi, e fino a pochi anni la snobbavo anche un po’.
Poi, come spesso mi accade, è scattato qualcosa ed ho iniziato a fare entrare piano piano Venezia nelle mie abitudini, a sentirne la mancanza, a organizzarmi per cercare di tornarci almeno un paio di volte l’anno.

A Venezia ci sono due delle mie cose preferite, la Biennale arte e il Festival del Cinema.

Dal Festival torno sempre con gli occhi a cuore, pensando a quando qualcuno si deciderà a farmi fare un film e finalmente sarò io quella che scende dalla barca per fare la passerella lungo il molo (ancora mi chiedo perché James Franco l’anno scorso non mi abbia portata via con lui).

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Con l’arte contemporanea, invece, ho un rapporto un po’ meno immediato: ci conosciamo, ormai ci frequentiamo da tanti anni, non parliamo esattamente la stessa lingua ma ci capiamo abbastanza bene. Per questo vado alla Biennale con entusiasmo, ma sempre con i piedi di piombo.

Quest’anno, mentre giravamo per i Padiglioni, è sorto l’eterno dilemma che affligge gli appassionati: “l’arte va spiegata o l’arte va solo vissuta?”.

A me di solito succede così: se un’opera mi piace al primo impatto e mi emoziona, non ho la necessità di leggere cosa significhi per l’artista perché  mi è sufficiente così.

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Se, invece, un’opera mi fa schifo, anche se mi spiegate che ha un altissimo significato sociopolitico, di protesta, di ribellione o che so io, continuerà facilmente a farmi schifo.

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Poi c’è una terza via, quella in cui l’opera che non mi colpisce il cuore ma la testa, perché è proprio il suo significato è immediatamente visibile e potente.

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Vi faccio qualche esempio preso proprio dall’ultima Biennale.

1. L’opera mi emoziona e non mi serve che me la spieghi.

– Il padiglione della Russia
(opere di Grisha Bruskin, Sasha Pirogova e il duo Recycle Group)
Il tema non è nuovo e la rappresentazione non è neanche troppo originale (qui si parla di lotta contro i regimi, dittatura e corruzione, e a un certo punto usano la metafora dei gironi danteschi).
Però, una volta entrati nella sala centrale, semibuia, ci si ritrova circondati da proiezioni inquietanti che illuminano delle sculture altrettanto spaventose, e una voce profonda parla in russo in maniera piuttosto angosciante (e che per la mia conoscenza della lingua può aver anche elencato gli ingredienti per la torta di mele).

La casa in cui piove dentro
(Vajiko Chachkhiani – Living dog among dead lions)

Nel padiglione della Georgia e dell’Armenia c’è una capanna di legno abbandonata in cui puoi sbirciare dalle finestre e vedere al suo interno una stanza completamente arredata in cui piove in continuazione.
L’odore del legno bagnato, l’effetto straniante di vedere piovere solo all’interno e non fuori, il pensiero di cosa sarà dell’opera alla fine della Biennale dopo tutta quell’acqua: queste cose mi sono bastate per apprezzarla.

 

Il cavallo gigante dell’Argentina
(Claudia Fontes, The horse problem)
C’è un cavallo bianco imbizzarrito, gigantesco, che si sta per scagliare contro una ragazza che tenta di difendersi, mentre un altro ragazzo è accovacciato a terra. Il cavallo è di sicuro simbolo di qualcosa, i due ragazzi anche, ma la scultura è talmente maestosa e imponente che ti lascia a bocca aperta anche se non ne conosci il significato.

cavallo         Proprio come lei.


– L’omino che con un solo gesto fa un gran casino

(Liliana Porter, El hombre con el hacha y otras situaciones breves)
C’è un omino piccolissimo con in mano un’ascia, e da lì parte una lunghissima e dettagliata catena di distruzione (di una stanza sola o del mondo intero?).

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– Un muro di gomitoli colorati
(Sheila Hicks, Escalade Beyond Chromatic Lands)
Una parete ricoperta di giganteschi gomitoli di lana colorata. Che altro dirvi, se non che mi ci sarei buttata sopra?
E, poi, lei non è adorabile?

 

– Il delirio nel padiglione della Corea
Qui non ho nulla da aggiungere.



2. L’opera che mi fa schifo anche se me la spieghi

Il padiglione ammuffito di Israele
(Gal Weinsten, Sun stand still)
Muffa, dappertutto, e poi fondi di caffè e paglietta metallica. Di quest’opera mi rimarrà solo il suo odore insostenibile.

israeleDa: Art a part of culture

I Cristi ammuffiti nel padiglione italiano
(Roberto Cuoghi, Imitazione di Cristo)
Altra muffa, altra puzza, un corridoio di plastica gonfiabile che sembra quello dei film horror in cui è scoppiata un’epidemia di un virus sconosciuto e tutti vanno messi in quarantena.
Critici impazziti per quest’opera che a me non è arrivata. Tranne al naso.

italiaDa: Artribune

La grata coi sassi nel padiglione brasiliano
(Cinthia Marcelle, Chão de caça)
Una grata per terra con qualche sasso incastrato e oggetti sparsi nelle varie stanze, tra cui dei tubi e una televisione. Anche qui, critici impazziti e io boh.

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Da: Artforum


3. L’opera in cui è il significato che conta

– Il Padiglione della Francia
(Xavier Veilhan, Studio Venezia)
Sono entrata e ho detto: adesso mi fermo qui.
Il padiglione è stato concepito come uno studio di registrazione completamente fatto di legno chiaro, con strumenti in ogni angolo.
Qui dentro, musicisti di tutto il mondo e di generi diversi comporranno musica durante tutta la durata della Biennale.
Il profumo di legno e la luce morbida di questo Padiglione mi hanno fatto subito dimenticare la muffa di prima.

Il Padiglione della Tunisia
(The absence of paths)
Qui ci siamo messi in coda per fare il nostro Universal Travel Document dell’immaginaria Repubblica di Freesa. Quando l’abbiamo firmato, gli addetti ci ha chiesto di indicare come zona di provenienza un punto a nostra scelta in una cartina geografica in cui i continenti sono tutti uniti, senza confini.
L’opera è dedicata ai rifugiati, i migranti, ai richiedenti asilo, a chi si sposta nel mondo contro la sua volontà per cercare un futuro migliore.

passaporto 2.jpgIl mio nuovo passaporto.

 

Altri video o foto delle opere della Biennale le trovate nel mio profilo Instagram.
E se ci siete stati o ci andrete, sono curiosa di sentire anche le vostre opinioni.