La più odiata

Negli ultimi mesi alcune coincidenze mi hanno permesso di tornare a leggere ai ritmi che avevo quando ancora non lavoravo. Un sogno.

Prima il viaggio a Vilnius in cui mi sono persa nelle pagine di L’arte di essere fragili di Alessandro D’Avenia, poi le due settimane a casa in malattia in cui, tra le altre cose, mi sono regalata le poesie di Rupi Kaur.

Nell’ultimo viaggio a Londra, aiutata anche dai continui spostamenti in metropolitana, ho divorato La più amata di Teresa Ciabatti.

Non mi era mai capitato di sviluppare una passione per un autore prima ancora di leggerne un riga, ma lei è decisamente un personaggio a sé e quando per caso mi sono imbattuta in questa intervista, è scattato un colpo di fulmine immediato.

Le aspettative non sono state deluse: la Ciabatti sa scrivere, e anche parecchio bene.

La storia è la sua (lei stessa dice di aver sputtanato tutta la sua famiglia9, la protagonista è lei, la piccola Teresa, e il suo mondo ruota intorno alla figura imponente del padre, Lorenzo, detto il Professore, primario di chirurgia all’ospedale di Orbetello, potente e pieno di segreti.
La bambina, piccolo satellite impazzito che gli gira intorno alla continua ricerca di una carezza, una parola di tenerezza o una conferma (papà, ma io assomiglio a Marilyn Monroe?), mette in ombra tutti.

Il libro è diviso in tre capitoli, ognuno dedicato a un membro della famiglia (fratello escluso) e la Ciabatti riesce a descriverne i comportamenti e i pensieri con un tratto così scorrevole e chiaro che a un certo punto ti sembra di conoscerli (e li detesti a ogni pagina di più).

Sì, perché questa è la caratteristica dei due personaggi principali, padre e figlia: sono odiosi, insopportabili, incontenibili.

L’una, bambina vanitosa e viziatissima e poi adolescente megalomane che finge una volta a settimana il suicidio per ottenere quello che vuole, è abituata a parlare e a guadagnarsi le amicizie attraverso il linguaggio dei soldi (la dicotomia principale della sua giovinezza è tra i ricchi e i poveri).

L’altro, figura misteriosa e del tutto anaffettiva con i membri della sua famiglia, è un uomo di potere che tutti rispettano perché ha sempre aiutato chi ne aveva bisogno, ma soprattutto perché circondato da politici ed eminenze. 
Un massone, un bugiardo, un simpatizzante fascista ma senza dare troppo nell’occhio: in una parola, un mostro.

Queste due figure così scomode e prevaricatrici riescono a mettere in ombra quelli che sono (o almeno sembrano) i “buoni” della storia, prima di tutti la madre, Francesca, ex anestesista mandata da Roma a lavorare a Orbetello, l’unica che riesce a ingabbiare il Professore, e che negli anni si trasforma da donna indipendente e anticonformista (siamo nella provincia degli Anni Sessanta dove anche un paio di jeans ti fanno additare come strega e comunista) a signora opaca e succube, vittima sacrificale di un marito molto più che ingombrante.

All’apice del crollo c’è l’imposizione alla donna di una cura del sonno, che la porta a dormire per un anno intero (seguita dai migliori esperti in Italia, perché si sa, il Professore può tutto), terapia che avrebbe dovuto curarne la depressione, ma che la porterà invece solo a nuove angosce (sarà successo l’anno del sonno? È dentro a quel buco nero che è precipitato tutto?), con tradimenti dolorosissimi anche con chi le deve, letteralmente, la vita.

Insomma, leggendo La più amata ti trovi per forza di cose a schierarti: per Francesca, per gli infermieri e i medici che come cagnolini ammaestrati vengono sfruttati dal Professore come facchini, operai, autisti, e per il piccolo Gianni, il fratello gemello, che si intravede di sfuggita in qualche pagina e che ti dimentichi che esista per quasi tutto il libro.

Ma poi va a finire che a Teresa vuoi bene, forse la comprendi anche un po’.

La scrittura dell’autrice è irresistibile e le peripezie della famiglia Ciabatti si seguono con voracità di pagina in pagina, quasi come quelle della peggior famiglia di una serie tv (sì, l’ho pensato, e spererei che qualcuno la facesse, c’è già tutto perché funzioni, basta che Stefano Accorsi non lo scopra mai).