Fleabag e I love Dick

Dopo Love e Lovesick, continua il mio viaggio tra i recuperoni delle serie tv minori, o per lo meno, non molto conosciute.
Amazon non si può ancora permettere di fare una vera concorrenza a Netflix, se non altro per il catalogo ancora molto limitato, ma devo dire che ultimamente anche questa piattaforma mi sta dando delle soddisfazioni (e sì, la mia vita sociale si assottiglia sempre di più).

Le due serie di oggi le trovate proprio su Amazon Prime Video, e come le altre due, hanno poche puntate brevi, al massimo di 25 minuti l’una. In un weekend senza programmi (o in una giornata di malattia, come nel mio caso) ve le bevete entrambe tranquillamente.

Le ho messe insieme perché sono politicamente scorrette, spiazzanti e tremendamente esplicite già a partire dai titoli (Dick sarebbe in realtà il nome di uno dei protagonisti, ma il doppio senso è naturalmente voluto).

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Fleabag

Serie tv del 2016, British fino al midollo, è tratta dall’omonima commedia teatrale di Phoebe Waller-Bridge, che è anche la protagonista.

Fleabag, letteralmente “sacco di pulci”, è il soprannome della protagonista che non ci svela mai il suo vero nome, e che dal teatro ha ereditato l’abbattimento della quarta parete, commentando con lo spettatore tutto quello che le succede.

La serie è una sad comedy, che, con uno humor nero unico nel suo genere, racconta la storia di questa broken woman trentenne che vive a Londra e gestisce un bar che aveva aperto con la sua migliore amica.
Fleabag è cinica, autolesionista, così politicamente scorretta da arrivare a fare delle battute a sfondo sessuale al medico che le sta facendo la palpazione del seno, e, soprattutto, incapace di gestire qualsiasi tipo di relazione, che sia sentimentale, sessuale o affettiva.
I personaggi che le ruotano intorno non sono da meno, a partire dalla matrigna che è un’insopportabile artista che passa il suo tempo a denigrarla in maniera più o meno sottile, gli improbabili amanti, o il fidanzato che la lascia in continuazione ma non si porta mai via il suo modellino di un dinosauro, per poterlo tornare ogni volta a prendere e potersi rimettere con lei.

Solo una battuta vi farà capire lo stile di questa serie, quando Fleabag ci introduce alla sorella:
È severa, splendida e probabilmente anoressica, ma i vestiti le stanno benissimo, quindi…”.

Il finale riesce a rimettere insieme tutti i pezzi della storia e ci fa capire come, grattando la superficie, sotto al cinismo e all’apparente durezza della protagonista, si nascondono ferite impossibili da rimarginare, e che un po’ di consolazione può arrivare dalle persone da cui meno ce lo saremmo aspettati.

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I love Dick

Quando ritrovo a sorpresa qualche attore che ho amato in un altro film o serie tv, mi sembra di incontrare un amico a una festa dopo tanti anni. Così mi è successo con Kathryn Hahn, protagonista di questa serie appena uscita, e che pochi giorni fa avevo lasciato nella parte del rabbino nella bella Trasparent, avevo rivisto di sfuggita in The Family Fang, un film che mi ha sorpreso per la sua delicatezza, per non parlare di quanto mi era piaciuta nel ruolo di consulente politica terrificante e opportunista in Parks and Recreations.

I love Dick è tratta dal libro omonimo, un cult del 1997 della letteratura femminista negli Stati Uniti della scrittrice Chris Kraus, che dà il nome alla sua protagonista.
Si tratta di un testo sperimentale in cui si rivolge, appunto, a Dick (di cui non ci dice mai il cognome, proprio per mantenere il doppio senso), scrivendogli delle lettere.

La storia vede una coppia di New York che si trasferisce a Marfa, un paesino del Texas: lui (professore esperto dell’Olocausto, cosa che porterà a dare a Chris in paese il nomignolo infelice di “moglie dell’Olocausto”) ha vinto una borsa di studio per terminare lì il suo libro. Chris è una regista i cui film sperimentali non hanno avuto un gran successo, e dovrebbe andare al festival di Venezia a presentare il suo ultimo lavoro, ma all’ultimo le verrà impedito e rimarrà anche lei a Marfa.

La coppia è in crisi, e viene sconvolta dall’apparizione di Dick, artista-cowboy che ha la faccia accartocciata e gli occhi blu di Kevin Bacon, ed è a lui che Chris inizierà a scrivere le sue lettere infuocate, sviluppando nei suoi confronti una vera e propria ossessione.
Se all’inizio la cosa è un gioco sessuale tra marito e moglie, con la camera da letto addobbata dalle lettere sempre più numerose, la morbosa fissazione di Chris per il cowboy intellettuale, solitario e scostante, la porterà a rendere pubblica la sua opera, facendo scattare un gioco di rivalse, imbarazzi, vendette, in cui chi è vittima diventa carnefice, e viceversa.

Gli attori sono perfetti, e lo è anche la location, in un deserto di cui si riescono a percepire gli sbalzi di temperatura e la sabbia negli occhi, tra roulotte arrugginite che fungono da case e una galleria d’arte con una curatrice che sembra appena uscita dal Moma.

Chris è protagonista di un vero e proprio percorso femminile e femminista che culmina nell’ultima puntata, un viaggio che è una riflessione sulle ossessioni e sui fallimenti, ma anche e soprattutto sul ruolo della donna, e l’impossibilità di categorizzare le infinite stratificazioni dei sentimenti e della sessualità.
Con un finale che lascia spiazzati.