Deve migliorare.

Attenzione: c’è dello spoiler. Se avete Thirteen Reasons Why in lista tra le prossime cose da vedere, vi consiglio di tornare più tardi.

La mia adolescenza è stata, tutto sommato, tranquilla. Di certo non mi ha preparato alla vita reale, tant’è che quando sono uscita dal liceo non avevo gli strumenti per affrontare il dopo, e ne ho pagato le conseguenze, ma sempre nei limiti dell’accettabile.

Nelle ultime due settimane, del tutto casualmente, mi sono trovata di fronte al racconto di due adolescenze molto diverse tra loro, e che, pur partendo in un certo senso dalle stesse premesse (l’adolescenza è una premessa per antonomasia), arrivano a conseguenze opposte. 
La prima è quella descritta da Thirteen Reasons Why, serie di Netflix appena uscita e che ha da subito dato scandalo, e la seconda è quella del libro L’arte di essere fragili di Alessandro D’Avenia, che ho letto in parallelo alla visione della serie.

Update: pensavo di parlare delle due cose all’interno dello stesso ragionamento, ma, come spesso capita, mi sono fatta prendere dal racconto e rimando il libro di D’Avenia al post successivo.

La storia di Tredici dovreste ormai conoscerla: Hannah Baker è un’adolescente di un liceo americano che decide di togliersi la vita, ma prima di farlo registra sette cassette in cui ogni lato è dedicato a una persona che lei considera tra le tredici cause per cui si è tolta la vita.

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Tutte le persone coinvolte ascoltano le cassette per poi passarle al successivo nella lista. Noi vediamo tutto dal punto di vista di Clay, suo compagno perdutamente innamorato di lei e che, fino alla fine, non riesce a capire perché le cassette siano arrivate anche a lui.

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La serie racconta in un continuo crescendo di disperazione quello che Hannah ha subito nel corso di un paio di anni di scuola, veri e propri atti di bullismo dei suoi compagni. Dalle prime cose all’apparenza più innocue, fino ad arrivare alle terribili puntate finali (all’inizio delle quali, correttamente visto il target della serie, Netflix ha dovuto aggiungere una specie di Parental Advisory) in cui assistiamo allo stupro prima di una sua compagna, e poi di Hannah stessa, e poi al suo suicidio.

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Tredici è ufficialmente la serie più twittata di sempre. L’argomento è controverso e per questo troverete in rete opinioni di due schieramenti opposti: è pericoloso e sbagliato raccontare in questa maniera un problema così delicato, o, per contro, è giusto e necessario.
Alcuni articoli e tweet arrivano a dire che Tredici renderebbe “appetibile” un gesto così estremo come quello di togliersi la vita, se lasciato vedere a ragazzi particolarmente fragili.
Molti si scagliano contro il fatto che l’atto è raccontato come premeditato e pianificato nei minimi dettagli, mentre nella realtà si tratta di slanci improvvisi di persone disperate.

Non sono d’accordo in particolare con quest’ultima polemica, in quanto la struttura delle serie è solo un pretesto per entrare nella mente di una ragazza di 17 anni che decide di togliersi la vita, e di fronte alla quale nessuno riesce a capirne davvero il motivo.
L’escamotage di farcelo raccontare direttamente da lei in maniera così dettagliata rende il racconto più forte e più vero.

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Io penso che andrebbe vista, ma soprattutto dagli adulti, perché è una storia che ti fa aprire gli occhi su come spesso, anche senza volerlo, anche con una sola parola o un gesto piccolo, arriviamo a ferire gli altri, e di come bisognerebbe insegnare l’empatia anche ai più giovani, non solo a parole, ma soprattutto a fatti, prima di tutto con l’esempio.

La cosa che mi ha colpito di più mentre la guardavo è stato proprio il modo in cui sono state costruite le figure degli adulti (i genitori di lei, gli insegnanti, i genitori dei compagni, il counselor scolastico), che a diversi livelli non si accorgono di nulla.

I genitori di lei, per quanto affettuosi, sono troppo concentrati sulla crisi del loro negozio.

I genitori della sua compagna omosessuale, nonostante siano loro stessi una coppia di padri gay, non hanno la minima idea del conflitto che sta vivendo la figlia.
L’insegnante di comunicazione, che a un certo punto legge in classe una poesia anonima (che noi sappiamo essere di Hannah) che è un vero e proprio grido d’aiuto, non si fa alcuna domanda su chi l’abbia scritta e perché.

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E poi, una delle scene più angoscianti è quella in cui la protagonista, in un ultimo atto disperato prima di togliersi la vita, si rivolge proprio al counselor scolastico. 
Dopo avergli raccontato la sofferenza e la solitudine che ha vissuto in quegli anni (Amici? Quali amici?) riesce a dirgli tra le lacrime di essere stata stuprata. Lui non si scompone e le suggerisce di andare avanti con la sua vita, perché prima o poi dimenticherà.

La sensibilità di tutta la storia è lasciata in mano solamente a Clay, che sembra l’unico a rendersi conto della gravità di quello che è successo e che tenta in tutti i modi di sbloccare il meccanismo in cui sembra siano intrappolati tutti. Ed è anche l’unico che, alla fine, fa concretamente qualcosa perché i colpevoli vengano puniti e le vittime vengano protette.

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Mentre gli altri, fino all’ultimo, insistono sulla piccolezza dei loro gesti, sul fatto che Hannah si è uccisa perché lo ha deciso lei, e non per causa loro, insinuando spesso il dubbio che tutto quello che ha raccontato se lo sia inventato.
E c’è un momento, brevissimo, a metà stagione, in cui anche noi spettatori siamo portati a credere che lei si sia davvero inventata tutto, come a farci capire ancora di più quanto questo problema sia controverso e non possa avere un’unica risposta, o un’unica motivazione, o possa essere visto da una sola prospettiva. E anche come dei dettagli che per noi sono insignificanti o fraintesi possono invece avere delle conseguenze enormi per gli altri.

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Vediamo sì alcuni sprazzi di umanità da parte di altri ragazzi, ma perlopiù ricacciati indietro e non hanno mai una conseguenza reale.
Lo stesso Tony, il “buono” della situazione, che non è compreso nelle cassette di Hannah ma al quale lei le lascerà per primo, come testimone e garante che le cose vadano esattamente come lei vuole, è talmente fedele al dovere di eseguire gli ordini che non sarà quasi di nessun aiuto, e alla fine, quando decide di consegnare le cassette ai genitori di lei, lo fa sapendo di aver fallito.

È ancora Clay che alla fine esprime il pensiero che il cuore e il senso ultimo di tutta la serie:

Deve migliorare. Il modo in cui ci comportiamo con gli altri e ci prendiamo cura degli altri. In qualche modo, deve migliorare.

Come finisce? Con una piccola luce di speranza che occhieggia nel buio. Ma è come se gli autori ci lasciassero con tante questioni aperte, sulle quali forse ognuno di noi dovrebbe riflettere.