Apri tutto

Questa settimana cade l’anniversario dei dieci anni dalla messa in onda della prima punta di Boris.
Era il 2007: tutto un altro mondo. 
Io avevo appena acquistato il cofanetto di F.R.I.E.N.D.S., erano passati solo quattro anni dalla fine di Dawson’s Creek e poco più tardi avrei scoperto inconsapevolmente il binge watching grazie alla serie da cui è partito tutto quanto: Mad Men.

Boris è nata in un periodo in cui la forza della serialità non era dirompente come oggi, e in Italia non esistevano produzioni di qualità come Romanzo Criminale o Gomorra. Probabilmente l’unico prodotto un po’ diverso dal solito (che pure sempre viaggiava sui soliti binari) era l’Ispettore Coliandro. Per il resto, se pensavi alle serie tv italiane ti venivano in mente solo Don Matteo e Un posto al sole.

Il 2007 è stato anche l’anno in cui è iniziata la crisi, si parlava sempre di più di lavoro precario, e proprio in questo contesto storico-televisivo è nato Boris.
 Durata tre stagioni e un film, è ormai una pietra miliare delle serie tv, nonché, per chi l’ha visto e amato, una fonte di battute e citazioni che fanno ormai parte di un lessico condiviso.

Boris racconta le vicende di una sgangherata troupe televisiva che sta girando una fiction dal titolo “Gli occhi del cuore 2”, ed è non solo una critica a un certo modo di fare televisione all’italiana, e in un certo senso anche di cinema, ma è anche uno specchio più generale del lavoro precario.
La storia è vista dal punto di vista di Alessandro, stagista sul set, che si trova ad avere a che fare con una serie di personaggi uno più strambo dell’altro, che lo trattano come un cane.
Chiunque abbia lavorato in situazioni precarie può identificarsi in lui, o ancora di più nello stagista schiavo, l’assistente alla fotografia trattato peggio di tutti.

Per chi non l’ha ancora vista, ma dovrebbe farlo subito (la recuperate su Netflix), e per chi invece sa di cosa parlo e per cui il verbo smarmellare fa ormai parte del gergo quotidiano, voglio condividere (i primi) dieci motivi per cui secondo me Boris è una serie speciale.

1- René Ferretti (Francesco Pannofino), regista disincantato che ha rinunciato al cinema per dedicarsi alla fiction.
Sue sono esclamazioni indimenticabili come il “cagna maledetta” rivolto a Corinna, l’attrice protagonista senza alcun talento (Carolina Crescentini) e il “a cazzo di cane”, per auto definire il suo stile di regia (perché il pubblico vuole le schifezze, e chi se ne frega della qualità).

cazzo-di-cane


2 – I tre sceneggiatori
de Gli occhi del cuore, tre cialtroni che si impegnano il meno possibile per scriverne le puntate. Quasi sempre privi di idee, riescono a concepirne di terrificanti come quella di copiare il Thanksgiving day e trasformarlo in un’insensata “Festa del grazie”. 
E poi, ora e sempre, F4:

3 – Il produttore Lopez (Antonio Catania) e il suo illuminante discorso sulla fiction italiana e sul sistema politico che regge tutto:


4 –
L’attore protagonista, Stanis La Rochelle (Pietro Sermonti), convinto di essere un premio Oscar, e famoso per criticare i colleghi per un umorismo troppo “all’italiana”.

borisvaivai


5 –  Mariano Giusti
, attore con forti disturbi della personalità che compare nella seconda stagione, interpretato da un Corrado Guzzanti in stato di grazia.

1491218900_stagista-boris
6 – Karim, l’ennesima attrice incapace coinvolta nel progetto, e il suo ormai mitico “lo sai chi è stato?”:


7 – 
Le varie comparsate di guest star italiane, una più divertente dell’altra, come quelle di Valerio Mastandrea, Giorgio Tirabassi, il Trio Medusa, e il mio sempre amato Marco Giallini:


8 –
 Il comico Nando Martellone (Massimiliano Bruno), che rappresenta una comicità di basso livello a cui è abituato il pubblico italiano, e la cui espressione principale è di una raffinatezza senza eguali.

lfaz7w

9 – Infine, il personaggio migliore di tutta la serie, Duccio, direttore della fotografia cocainomane interpretato da Ninni Bruschetta, e che si merita i due punti finali del mio elenco.
Lui ci regala innanzitutto il monologo migliore delle tre stagioni:

 

10 – E per finire, ci ricorda che ad aprire tutto non si sbaglia mai.