Qualcuno da non doppiare

Adam Driver

Ci sono dei casi in cui il doppiaggio in italiano non mi infastidisce più di tanto.
Francesco Pezzulli, ad esempio, per me è un tutt’uno con Leonardo Di Caprio, e così Francesco Pannofino e George Clooney, alla fine, sono una bella coppia.

Ci sono però delle volte in cui il doppiaggio mi fa letteralmente saltare i nervi: quando sostituiscono delle voci insostituibili, penalizzando la recitazione stessa dell’attore.
Una di queste voci è quella di Adam Driver.
Prima di iniziare a parlarne vorrei che si introducesse da solo:

Ecco, quello che penso di questo attore californiano è riassunto in questo stralcio di intervista. È uno buono, ma non troppo. È divertente, ma attenzione a farlo incazzare.

È anche un ex marine che ha scelto la carriera di attore perché era il lavoro che più gli ricordava la disciplina e la dedizione che aveva vissuto nell’esercito (a proposito di questo, ascoltatelo anche nel suo Ted Talk “My journey from Marine to actor“).

Quello che mi piace della sua recitazione è che in tutti i personaggi che interpreta è sempre presente questa ambivalenza, che mi costringe a non essere mai sicura se fidarmi o meno di lui e a chiedermi continuamente quando perderà le staffe e inizierà ad urlare, per poi tranquillizzarmi un attimo dopo con un solo cambio di espressione.

È un attore con una fisicità imponente: non solo per l’altezza, ma anche per il viso, che ha dei tratti quasi caricaturali. Uno con una faccia così rischiava tranquillamente di precipitare in una carriera di macchietta, da caratterista. Invece non è andata così.
Da una parte, sembrerebbe che lo mettano apposta dentro spazi troppo piccoli per lui, che riempie letteralmente con la sua imponenza, ma dall’altra lo salva il fatto di non essere goffo, di non dare mai l’idea di essere a disagio, ma una figura solida e centrata. Forse una conseguenza dell’addestramento militare?

Credo che, in generale, le sue parti migliori siano sempre accompagnate, il più delle volte in contrasto, a un personaggio femminile. I suoi personaggi fanno parte spesso e volentieri di una coppia che vive un contrasto.
Basti pensare a quante volte i registi che lo hanno diretto hanno indugiato nel riprenderlo steso a letto accanto a una donna, prima, durante o dopo un momento di crisi.

L’ho conosciuto grazie a Lena Dunham e al suo Adam in Girls, perfetto contraltare di lei, di tutte le sue manie ossessive e sbalzi di umore.
All’inizio della serie pensavo semplicemente che fosse uno stronzo. Poi sono arrivata a definirlo l’uomo perfetto. Poi, di nuovo, uno psicopatico da cui stare alla larga. E  così via, in attesa di darne definizione definitiva con il season finale.

Ormai abituata a identificarlo nel co protagonista di Hannah in Girls, un bel giorno vado al cinema per vedere il primo della nuova trilogia di una delle mie saghe preferite (sì, sto parlando di Star Wars) e a sorpresa succede questo.

E tutte le certezze che avevo prima su di lui si sono sgretolate contro il suo Kylo Ren, e con le certezze è crollata anche la mia capacità di definire una volta per tutte questo attore che sto scoprendo insieme a tanti grandi registi.

Ho cominciato a ricordare di averlo già visto in J. Edgar di Clint Eastwood e in Lincoln di Steven Spielberg, in Inside Llewyn Davis dei fratelli Coen, e in quel piccolo capolavoro che è Frances Ha di Noah Bambach.

E una sera mi sono ritrovata a soffrire insieme a lui e ad assorbirne tutto il dolore e la disperazione con il tragico Hungry Hearts di Saverio Costanzo: ancora una volta un letto, ancora una volta un appartamento troppo piccolo, ancora una volta la ricerca di un equilibrio con una compagna all’opposto di lui, anche fisicamente.
Uno scricciolo, di fronte al suo essere un gigante, che però si fa minuscolo di fronte al crescendo di follia di lei, nel tentativo disperato di salvare il figlio.

Per poi arrivare al delicatissimo Paterson di Jim Jarmusch (un altro letto, un’altra compagna non proprio giusta, un’altra casetta).
 Qui sono rimasta incollata allo schermo a contare e a ordinare tutti i piccoli dettagli della storia del suo autista-poeta, ripetitiva e senza apparenti conflitti, a scrutare ogni minimo cambio di espressione alla ricerca di una risposta (ammetto, verso la fine ho iniziato a percepire l’arrivo di una tragedia imminente, ma anche in questo caso è riuscito a spiazzarmi).

Vorrei concludere con l’ultimo film che ho visto prima di scrivere questo post, e a questo punto mi rivolgo direttamente a te, Martin Scorsese: di solito mi trovi piuttosto d’accordo sulla scelta dei tuoi attori principali. Ma con Silence (un film che, se volete saperlo, mi ha annoiata praticamente fino alla fine, e in cui mi sono risvegliata solo all’ultimo con la comparsa di Liam Neeson), fossi stata in te, avrei provato a invertire i ruoli.
Al posto di quel noioso di Andrew Garfield avrei messo proprio Driver, la cui intensità avrebbe forse dato più spessore a un personaggio così pieno di conflitti come il prete portoghese protagonista della vicenda, e non gli avrei lasciato la parte del secondo, che compare solo in un paio di scene.

Update. dicembre 2017
Se c’è qualcuno che si è letteralmente mangiato la scena in Star Wars: The Last Jedi è stato proprio lui: il suo Kylo Ren, complesso, sfaccettato e pieno di inquietudini, ha tenuto in piedi praticamente tutto il film. 

Non vi ho ancora convinti? Lasciatemi un ultimo video che testimonia la grandezza di questo attore, e poi ditemi se non avevo ragione.