Vorrei ma non posso

Ieri sera ho visto i David di Donatello, un po’ perché tifavo La pazza gioia in maniera sfegatata (e in questo mi è andata bene), un po’ perché Alessandro Cattelan  su Radio Deejay mi fa sempre ridere ed ero curiosa di vederlo alla prova al di fuori del formato radiofonico (e in questo mi è andata meno bene).
Per disperazione ho anche improvvisato una diretta Twitter.

Non voglio ripetere quello che avrete probabilmente già letto, cioè chi ha vinto, ma a freddo volevo fare alcune considerazioni sparse sulla serata:

– Il problema dei David è che sono i cugini un po’ sfigati degli Oscar, il problema di Cattelan è che voleva fare il Jimmy Fallon (o Kimmel, a scelta) italiano, ma non ha la stessa capacità di di far passare un copione imparato a memoria per una serie di battute assolutamente spontanee. Poi, forse, un’attenuante per Cattelan è stata il pubblico, che non rideva neanche per sbaglio: inizialmente la telecamera provava a inquadrare qualcuno alla fine delle sue battute, cogliendone solo enormi imbarazzi o sorrisi tirati, e quindi a un certo punto dalla regia hanno deciso di smetterla;

– lo sketch di apertura è stato un altro vorrei ma non posso, con Valerio Mastandrea che ha descritto, da narratore fuori campo, un finto trailer di un film italiano che avrebbe tutte le caratteristiche per vincere il David. 
Anche qui il tentativo è stato quello di copiare un certo tipo di comicità americana che ad esempio si vede negli Honest Trailers, ma senza il coraggio e la possibilità di spingersi così in là.
Tant’è che (solo per fare un esempio) quando racconta che il padre dei due protagonisti (Cattelan e Luca Argentero) deve per forza venire da un posto sperduto, questi dicono che si trova in Trentino Alto Adige, e non, che ne so, a Montescaglioso in provincia di Matera.
L’unica parte in cui ho sorriso è stata quella in cui Paola Cortellesi (nuova compagna della madre dei due) pronuncia la sua battuta a voce bassissima, nessuno capisce cosa dica, e lei spiega che sussurrare è fondamentale per un’attrice che vuole vincere il premio come miglior protagonista;

–  il momento in cui ho capito che il pubblico non ce la poteva proprio fare è stato quando Manuel Agnelli e Rodrigo D’Erasmo hanno proposto una (bella) cover di Across the Universe, mentre alle loro spalle venivano proiettate (esattamente come agli Oscar) le immagini di una serie di personalità del cinema e dell’arte morte nel corso dello scorso anno.
Non applaudiva proprio nessuno, e si sentiva, soprattutto, la differenza tra il silenzio di alcuni momenti e qualche timido battere di mani al passaggio dei personaggi più famosi.
L’unica consolazione rispetto agli Oscar è stata che in questo caso, almeno, non hanno scambiato nessuna foto con quella di qualcuno ancora vivo;

– d’accordo, siamo la terra che ha dato i natali a Mastroianni e alla Loren, a Sordi
e De Sica, ma siamo sicuri che l’unico film degli ultimi anni che può essere citato come capolavoro deve essere sempre e solo La Grande Bellezza?;

– sul tributo a Benigni soprassiedo per lo stesso motivo di cui sopra e perché ho approfittato del suo monologo per fare una telefonata. Ah, mi sono anche chiesta perché a lui non hanno dato il limite di 45 secondi per i ringraziamenti come a tutti gli altri.

In questa marea di delusioni ci sono però state anche delle cose che mi sono piaciute:

Gabriele Mainetti. Lui sì che è bello e bravo (se non l’avete ancora fatto, guardatevi il suo spettacolare Lo chiamavano Jeeg Robot). Il tweet più significativo che ho letto su di lui e la cui causa sposo al 100% è stato: “Gabriele Mainetti dirigimi la vita”;

Paolo Virzì, che ha chiamato Tornatore “Peppuccio”, ha ringraziato la compagna Micaela Ramazzotti dicendole “la tua Donatella ci ha fucilato al cuore”, facendomi venire la pelle d’oca, e quando il suo La pazza gioia ha vinto il David come miglior film, è stato capace (credo a memoria) di ricreare il momento esatto del premio Oscar assegnato per errore a La La Land, sostituendo Moonlight con Fiore;

– e per finire, Valeria Bruni Tedeschi: mentre ringraziava con le mani che le tremavano anche l’amica dell’asilo, pareva di vedere la sua Contessa Beatrice Morandini Valdirana (per non parlare della Ramazzotti che è stata la sua spalla perfetta). Ma non aggiungo altro e vi invito a rivedere il momento.


Off topic
: gli Oscar se la sognano l’eleganza delle attrici italiane. Le mie preferite sono state Valentina Lodovini in Schiaparelli e Kasia Smutniak in Giorgio Armani.